1 Dicembre 2020
Filiera tabacco, i numeri del nuovo accordo con Philip Morris

Il recente rinnovo per il 2021 dell’Intesa Programmatica Quadro tra PMI e MIPAAF rappresenta un passaggio importante per l’intera filiera del tabacco in Italia. Si tratta della conferma di un accordo che ormai è in essere dai primi anni 2000 e che continua a garantire prospettive di sviluppo e adeguati sbocchi di mercato ad una parte consistente della produzione tabacchicola nazionale. E' il commento di Gennarino Masiello, vicepresidente nazionale di Coldiretti, presidente di ONT Italia e di European Leaf Tobacco Interbranch.

Grazie a questo accordo - spiega Masiello - sono garantiti in Italia per i prossimi anni importanti impegni di acquisto di tabacco di qualità da parte di PMI: poco meno del 50% del totale tabacco prodotto nel nostro paese rientra infatti nel perimetro di questo accordo. Le altre manifatture multinazionali, in complesso, acquistano meno tabacco italiano della sola PMI e non in tutti i territori. Gli impegni di acquisto di PMI coinvolgono i più importanti gruppi varietali e la produzione di tutte le regioni in cui si realizza la coltivazione, da nord a sud.

La prospettiva territoriale consente di apprezzare nel dettaglio il valore di questo impegno di filiera realizzato da PMI e garantito dal MIPAAF, in particolare per la regione Campania, dove la produzione di tabacco rappresenta un’attività che in alcuni territori assume una centralità rilevante per l’economia e l’occupazione attivata. In complesso, in Campania nel 2020 sono impegnati nella produzione di tabacco circa 1.200 aziende agricole, su oltre 3.200 ettari per una produzione dichiarata di poco meno di 17.200 tonnellate (oltre 1/3 del totale nazionale, prima regione per volumi prodotti). L’occupazione stimata a livello regionale collegata alla filiera agricola e di prima trasformazione è pari a oltre 18.000 occupati, quasi il 40% dell’intera manodopera che fa riferimento alla filiera del tabacco in Italia.

I poli produttivi di maggior rilievo sono Caserta e Benevento, dove si realizza circa il 90% della produzione di tabacco regionale. Da un punto di vista varietale il gruppo II (Burley) è quello che definisce la specializzazione produttiva regionale: il 76% delle aziende, l’83% delle superfici e ben il 90% dei volumi di tabacco campano sono infatti riconducibili a questa varietà. Si tratta quindi di aziende più strutturate della media, a cui sono affidate le sorti dello sviluppo della tabacchicoltura campana, in quanto varietà caratterizzante da un punto di vista geografico e trainante in termini di impatto e prospettive di produzione (tabella 1).

In questo scenario si inserisce l’accordo tra PMI e MIPAAF, in quanto buona parte degli acquisti di PMI sono concentrati in Campania per l’acquisto di tabacco Burley. In particolare, PMI acquista 9,1 milioni di kg di Burley campano, vale a dire circa il 60% dell’intera produzione regionale. Sono numeri di straordinaria rilevanza, che negli ultimi anni sono sempre stati confermati, come di recente anche per il 2021, e che hanno consentito di dare prospettive e stabilità al settore, che ha potuto programmare i propri investimenti avendo la garanzia della collocazione della produzione a prezzi stabiliti.

Più in particolare, i produttori campani che rientrano nell’accordo di acquisto di PMI sono circa 500, a cui sono riconducibili circa il 60% dei volumi e delle superfici (figura 1). Gli occupati regionali che sostengono questi valori sono circa 9.000 tra agricoltura e prima trasformazione. Per comprendere fino in fondo il valore di questi numeri, basti pensare che la restante produzione di tabacco della regione Campania (40%) si distribuisce tra tutti gli altri acquirenti, multinazionali e non, alcuni dei quali, è bene precisarlo, non effettuano acquisti di tabacco in Campania.

In questo momento di incertezza globale - conclude Masiello - in cui l’emergenza sanitaria legata al Covid-19 si sta sempre più trasformando in un’emergenza economica ed occupazionale, è fondamentale continuare ad investire in rapporti di filiera pluriennali che mettano al centro l’origine del prodotto italiano e tutti i suoi valori immateriali, costruendo relazioni in grado di garantire sostenibilità della produzione in Italia con impegni stabili, in cui riconoscere prezzi di acquisto equi e sostenibili.